Poco meno di duemila primavere fa, un Uomo, figlio di Dio, venne a Gerusalemme per celebrare la Pesah. Cavalcava un’asina e indossava la tunica inconsutile. Lo seguivano i discepoli, ai quali si uní presto una grande folla che voleva tributare onori al Nazareno, al Messia. Molti agitavano rami novelli di palma per il suo trionfo, altri di olivo, simbolo di pace. Ma l’Uomo-Dio, cosí come all’inizio della Sua predicazione aveva chiuso il Libro («in me si compiono le Scritture»), veniva ora a chiudere tutti gli antichi Misteri. Celebrò la Cena d’addio con i simboli di Cerere e Dioniso, pane e vino; lavò i piedi agli Apostoli come rito lustrale; subí la flagellazione come avveniva in molte cerimonie misteriche; venne inchiodato al legno divino che grondò del Suo prezioso sangue come l’albero di Attis. La Terra ricevette quel dono e rifiorí, si rigenerò, e mai da allora poté essere attaccata dal Male nel profondo: essa, come gli uomini, da quel sacrificio è stata riscattata e votata alla redenzione e alla divinizzazione. Il corpo disanimato del Cristo fatto uomo venne chiuso nel candido guscio del sepolcro, dal quale Egli uscí risorgendo. L’Uovo cosmico si schiudeva facendo rinascere il Sol Invictus. Da quel giorno di quasi duemila anni fa l’uomo seppe di essere immortale in potenza, che la comunione con il divino, cercata fino ad allora nei culti e nei rituali esteriori, andava realizzata nel tabernacolo inviolato della sua anima, dove Dio respira, parla, accende i pensieri e gli aneliti, pone giorno dopo giorno i semi della Vita eterna.
Leonida I. Elliot
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